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11 giugno 2007

Parata militare in occasione della Festa della Repubblica

In occasione dell’anniversario della nascita della Repubblica italiana, tra le altre manifestazioni, è stata mantenuta anche quest’anno la tradizionale sfilata presso i fori imperiali di Roma. Questa manifestazione con il passare degli anni ha perso importanza, ed è stata anche sospesa, per il timore che essa potesse rappresentare una dimostrazione di forza ingiustificata nell’ambito di una società sempre più agitata da frange politiche pacifiste. E’ stata poi ripresa per espresso volere dell’ex Presidente della Repubblica Ciampi, non senza contrasti, per creare attorno ad essa quel sentimento nazionale che in Italia ancora manca. Anche quest’anno è stata condotta con limitazioni di uomini e mezzi, ed è stata accompagnata da sittings di pacifisti in alcune città, manifestazioni queste che hanno trovato un risalto mediatico maggiore della sfilata stessa.
In effetti la sfilata militare del due giugno, non ha mai avuto la finalità di dimostrare “la baldanza militare” del nostro Paese, in questo caso sarebbe più corretto parlare di debolezza, ma piuttosto di avvicinare alla società civile le Forze Armate, quale istituzione che opera per il Paese e che ha partecipato attivamente nel passato alla formazione della Repubblica. La sfilata dovrebbe rappresentare un’occasione per raccogliere attorno alla bandiera nazionale i vertici di governo, ma anche la popolazione per ricordare il sacrificio di tante persone cadute per l’ideale di patria e per dare un giusto riconoscimento ai soldati in armi che, indossando una divisa, con il loro lavoro danno sicurezza alle istituzioni.
Nel passato tra quei reparti sfilavano anche i giovani di leva, contenti di essere parte di una solida e sana istituzione nazionale. Credo che chi ha partecipato anche una sola volta abbia ancora impressa nella mente la fatica e nello stesso tempo la gioia di aver marciato alla sfilata del 2 giugno.
Oggi molte cose sono cambiate e si deve riconoscere che la sfilata non ha più lo scopo di avvicinare il mondo militare alla società civile, ma bensì di mantenere una tradizione nazionale. Con i soldati sfilano altre componenti della società, ogni anno sempre qualcuna di nuova, ciascuna con il “suo distintivo, sia esso un fazzoletto colorato, una divisa o una bandiera iridata , quasi per svilire l’importanza degli uomini in armi. In effetti quella del 2 giugno non è più una parata militare, così come è stata concepita alla nascita della Repubblica. Anche i valori che essa dovrebbe rappresentare, sono sempre meno sentiti dai cittadini che in tempi di “vacche magre” pensano più alle tasche che ai temi patriottici nazionali.
Forse è arrivato il tempo di pensare ad altre manifestazioni per festeggiare la Repubblica, con buona pace di tutti, pacifisti e non, politici e cittadini comuni, uomini delle forze armate ed impiegati delle varie amministrazioni.

27 aprile 2007

L’Armata della Liberazione

Centinaia di migliaia di soldati italiani, assieme a tanti altri concittadini, in patria, in Corsica, nei Balcani, in Grecia, in Albania, nella ex Jugoslavia, nelle isole dello Ionio e dell’Egeo, nei campi di prigionia, lottarono per il riscatto materiale e morale dell’Italia nel periodo piu’ buio della sua storia. Solo nel mese di settembre 1943 nelle localita’ citate caddero in combattimento circa 3000 militari.
Schematicamente la resistenza degli italiani, nelle sue tre componenti, e’ cosi ricordata sul monumento eretto a porta S. Paolo, a Roma: partecipanti alla guerra di liberazione delle forze armate regolari: 527.000 militari, di cui 413.000 dell’esercito, 83.000 della Marina e 31.000 dell’Aeronautica; lotta partigiana: 80.000 combattenti; resistenza degli internati nei campi di concentramento: 590.0000 militari. Sono da ricordare, in particolare, gli 87.000 militari caduti in combattimento.
L’Esercito, come noto, venne impegnato a fianco degli alleati anglo-americani, ampliando gradualmente nel tempo la sua cobelligeranza.
Inizialmente, dopo l’armistizio, venne costituita una Brigata, il primo raggruppamento motorizzato, il quale, nel dicembre 1943, fu inserito nella battaglia del Garigliano.
Prese quindi consistenza il Corpo italiano di liberazione, formato da due Divisioni e relativi supporti che entro’ in azione nell’estate 1944, per la liberazione dell’Italia centrale, giungendo fino al Metauro e alla linea gotica sugli Appennini.
Infine, si arrivo’ alla costituzione di una Armata, su sei Divisioni, i famosi Gruppi di combattimento, che operarono nell’inverno 1944 e nella primavera 1945 sulla linea gotica e nella battaglia finale.
Inoltre:
- Una Divisione, la Garibaldi, stanziata in Jugoslavia non si arrese e continuo’ a combattere a fianco dei partigiani slavi;
- Otto Divisioni ausiliarie, per tutta la durata della campagna assolsero importanti funzioni logistiche, ove si distinsero in particolare: le salmerie ed il genio da combattimento .
La Marina e l’Aeronautica operarono a fianco degli alleati su tutti i fronti.
Occorre ricordare gli atti di eroismo dei Carabinieri che hanno partecipato all’attivita’ di combattimento con l’Esercito e alla lotta partigiana. Essi hanno svolto altresi’ i compiti d’istituto sul territorio, per ordine del Governo italiano e degli alleati.
Numerosi sono gli episodi di valore della Guardia di Finanza impegnata sul territorio e sui mari, nonche’ in vere e proprie azioni di combattimento nei Balcani e durante la lotta partigiana in Jugoslavia. Ancora, come non ricordare le Unita’ militari della croce rossa nelle quali erano in forza le Infermiere volontarie, che si prodigarono nei presidi militari e negli ospedali da campo per la cura dei feriti, subendone le sorti .
Fu questa l’armata della liberazione alla quale dobbiamo la nostra libertà.

22 marzo 2007

Precariato dell’Esercito

Qualsiasi organizzazione per sviluppare le sue attività ha necessità di legare il proprio bilancio agli obiettivi da mantenere e conseguire, in un arco di tempo che varia dai 3 ai dieci anni. Il continuo mutare degli obiettivi o peggio la riduzione delle disponibilità finanziarie di bilancio rendono il sistema sempre più incontrollabile con conseguenze altrettanto imprevedibili sui risultati pianificati.
Con tagli all’ultimo momento sul bilancio della Difesa si colpiscono sempre più le spese di funzionamento, vale a dire quelle che riguardano il personale, l’addestramento, la manutenzione e la sicurezza dei mezzi e delle caserme. Per il numero degli effettivi e delle infrastrutture l’Esercito, di fatto, è la Forza Armata più colpita. Se poi si guardano agli impegni fuori area e la conseguente usura dei mezzi impiegati il dato appare ancora più significativo.
E’ altresì importante rilevare come sia colpito inevitabilmente tutto il sistema di reclutamento e formativo dei volontari che si affacciano alla vita militare.
La riduzione inevitabile, per motivi di bilancio, del numero degli effettivi incide sul numero dei volontari da inserire in servizio permanente negli organici delle Unità operative. Tale provvedimento, se da un lato contribuisce a ridurre le spese, toglie improvvisamente ad un certo numero di volontari “precari” la possibilità di ottenere l’inserimento nell’esercito “in servizio permanente”, aspettativa promessa e da loro coltivata con anni di preparazione e di duro lavoro. Sono anche vanificati gli sforzi dell’Istituzione, sia in termini di risorse impiegate per ottenere dei giovani professionisti addestrati, sia per tutte le attività volte ad incentivarne il reclutamento. E’ da considerare infine che l’insoddisfazione e l’amarezza degli esclusi rappresenta la peggiore pubblicità e propaganda per la Forza Armata.

14 marzo 2007

Difesa con la NATO, l’Europa o gli USA?

L’Alleanza Atlantica allargata, oltre a garantire la sicurezza a un maggior numero di Paesi comporta l’allungamento dei tempi decisionali e più difficoltà nel ricercare obiettivi condivisibili da tutti gli alleati.
L’intervento militare in Iraq, dapprima da parte degli anglo-americani per far crollare Saddam Hussein e successivamente della coalizione, su invito dell’ONU, per stabilizzare quel Paese, ha creato qualche malumore e risentimento all’interno degli alleati. Alcuni, tra cui l’Italia, hanno lasciato da mesi la missione ed ora la stessa Gran Bretagna annuncia il suo ritiro entro l’anno. Resteranno sul campo le forze armate USA, fino a quando….? Prima o poi anche la grande potenza sarà costretta a lasciare il Paese. Tuttavia l’Alleanza come tale non aveva alcuna responsabilità in Iraq.
La missione in Afghanistan, invece, è determinante per la credibilità della NATO in quanto un successo o una sconfitta può far cambiare gli equilibri ed i rapporti tra i Paesi alleati che, tuttavia, anche in quel teatro dimostrano di non seguire un’ unica strategia.
L’Europa politicamente debole, non ha ancora perfezionato una politica comune di difesa e appare non essere in grado di assumere iniziative condivise da tutti i suoi membri. Rimangono, pertanto, i rapporti bilaterali tra le diverse nazioni che si basano sul raggiungimento di comuni obiettivi, in campo politico, economico, sociale e nella sicurezza. In tale situazione sembra quantomeno singolare l’atteggiamento di alcuni Paesi europei, membri della NATO, di voler distanziarsi dagli Stati Uniti in materia di difesa. Ciò, può avere ripercussioni nei rapporti interalleati, tra i Paesi della Comunità Europea e nelle singole relazioni bilaterali.
Una delle conseguenze emerse recentemente per l’Italia è che, nonostante sia inserita nelle alleanze internazionali, non possa godere della protezione antimissile USA, per scelte poco lungimiranti di politica di difesa. Così dopo il missile “SCUD” del colonnello GHEDDAFI può rimanere sotto la minaccia dei missili a lungo raggio dell’Iran, si spera non dotati di testata nucleare.

15 gennaio 2007

La politica e i Comandanti militari

I responsabili politici ed il mondo militare sono legati dai rapporti istituzionali previsti dalla Costituzione e da leggi ad “hoc” che stabiliscono per ciascuno le sfere di competenza e responsabilità. Tali rapporti sembrano perciò chiaramente definiti e appare impossibile lo scambio dei ruoli. In realtà mentre il Comandante svolge un compito ben delineato nell’organizzazione militare e il suo “status” non gli consente di assumersi le responsabilità di altre istituzioni, le istituzioni rappresentative dello Stato e qualche suo membro possono influire, se non determinare, il comportamento del Comandante. Quando questa interferenza si verifica, il Comandante vede messa in discussione la sua professionalità per la quale ha profuso tanto impegno, studio e sacrificio personale e della famiglia. Allora è inevitabile il sorgere di un senso di frustrazione nei confronti dei superiori che lo dovrebbero tutelare e le istituzioni che dovrebbero salvaguardare la sua funzione, quale esponente delle Forze Armate, garanti della sicurezza dello Stato. Appaiono anche inefficaci le argomentazioni a difesa del proprio operato, quando certe decisioni sono prese nell’ambito della ragion di Stato, creata da quelle stesse istituzioni, che ha sempre preminenza rispetto alle giustificazioni del semplice cittadino e quindi anche di chi ha responsabilità nel mondo militare. Il Comandante viene quindi declassato, sostituito e talvolta allontanato, senza alcuna possibilità di difesa o diritto di replica. Può il potere politico diventare “umano” anche con questi servitori dello Stato?

20 dicembre 2006

Missioni militari per la pace

Gli scopi di tali operazioni vanno ben oltre il mantenimento della pace (peacekeeping).Esse si prefiggono di garantire la sicurezza e pacificare popolazioni in conflitto tra loro, portare assistenza ed aiuti a scopo umanitario, garantire l’insediamento ed il funzionamento delle istituzioni democratiche locali.
Poiché in dette situazioni spesso la pace non e’ l’obiettivo perseguito da tutti i gruppi e fazioni presenti sul terreno, è necessario intervenire in modo da convincere i più ostili, controllare odi e violenze, separare gruppi o fazioni in lotta tra loro, tutelare i diritti delle minoranze, ecc.. In questo ambito il rischio di scontri armati rimane elevato e diffuso e i soldati, quando giungono nel teatro operativo, devono anche difendersi per poter operare.
Dall’esigenza dell’autodifesa e dall’impiego militare di uomini e mezzi scaturisce l’obiezione: ma tali missioni sono veramente missioni per la pace? Il dubbio e’ comprensibile, ma la paradossale realta’ del mondo di oggi e’ che per dissuadere, convincere, pacificare sia necessario schierare forze armate in grado di svolgere, se necessario, operazioni militari ad alta intensita’ operativa. Per porre fine alla questione, più volte dibattuta anche in ambienti politici, circa l'opportunità di impiegare forze armate dotate di armamenti pesanti nella missioni di pace, il Capo dello Stato ha affermato recentemente che: «L'Italia ha bisogno dell'insieme delle Forze Armate, al più alto livello di modernità ed efficienza per adempiere i suoi doveri di partecipazione a quelle organizzazioni internazionali che, come recita l'articolo 11 della Costituzione repubblicana, sono impegnate ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni». Pertanto i dubbi sulla legittimità dell'impiego della forza in missioni di pace, al momento, sembrano rientrati.

2 novembre 2006

Esercito a Napoli

Si legge sui giornali di questi giorni che, ancora una volta, si pensa di risolvere i problemi della criminalità organizzata, a Napoli, mediante l'invio di reparti dell'Esercito. Al riguardo rimango colpito come le missioni degli anni novanta non abbiano insegnato nulla a certa classe politica. In passato, quando la situazione dell'ordine pubblico diventava incontrollata, si usava la carta di riserva, cioè l'impiego dell'Esercito, qualle deterrente e mezzo con il quale rassicurare l'opinione pubblica. Si trattava di situazioni derivanti da pubbliche calamità o da sollevazioni improvvise e temporanee di popolazioni che contestavano qualche decisione delle Autorità amministrative o di governo.
Negli anni novanta invece allo scopo di recidere la mafia, la camorra l'andrangheta, ecc.. per alcuni anni sono stati impiegati reparti dell'Esercito allo scopo di affiancare le forze di polizia nelle attività di controllo del territorio in alcune aree dell'Italia. Questà attività, è risultatata efficace durante il suo svolgimento, ma non ha portato a risultati concreti nel lungo periodo.
Ora si pensa di tornare nuovamente a quella soluzione senza tenere conto che molte cose sono cambiate nel frattempo. Inanzitutto, la disponibilità di "soldatini" da impiegare in economia, con il fucile e pochi mezzi di trasporto. Questa è diminuita sostanzialmente, sia per la sospensione della leva, sia perchè l'impiego dei professionisti è più costoso ed indicato per le numerose missioni avviate fuori dal territorio nazionale. Tra l'altro, il continuo assolvimento di compiti in aree di crisi, anche a lunga distanza dalla madre patria, ha sottoposto ad una elevata usura i mezzi dell'Esercito che sono al limite di sopravvivenza. L'Esercito d'altro canto, non è addestrato per gli obiettivi specifici di polizia ed inoltre non ha alcuna capacità di svolgere indagini sugli avvenimenti e quindi di prevenire il crimine.
D'altra parte si è reclutato un numero maggiore di effettivi dei Carabinieri (divenuti quarta forza armata) e di agenti della Polizia proprio per fronteggiare le emergenze di ordine pubblico nelle diverse parti del Paese. Pertanto esistono già le forze, appositamente addestrate, da impiegare nei compiti specifici di controllo della criminalità. Probabilmente è necessario siano impiegate meglio. Il ritorno all'Esercito ora non appare più giustificato "operativamente", ma solo come provvedimento di matrice politica.

21 ottobre 2006

Quale alternativa alla guerra preventiva?

Dopo l’undici settembre, la necessità di sviluppare una strategia efficace contro il terrorismo internazionale, ha suggerito agli Stati Uniti di intraprendere la dottrina della guerra preventiva volta a recidere tale minaccia e a salvaguardare i principi di libertà e democrazia nelle aree più critiche del mondo. Basti pensare agli interventi in Iraq, Afghanistan.. ecc.. Le modalità di questi interventi sono basate su una grande disponibilità di uomini qualificati e mezzi sofisticati che fanno ritenere possibile un rapido ed efficace raggiungimento degli obiettivi. Si capisce anche l’atteggiamento della grande potenza che non può accettare una sconfitta evidente ed il suo atteggiamento di punire gli artefici di un attacco sul proprio territorio, così devastante, con pochi mezzi ed in modo assolutamente inaspettato.
Tuttavia le resistenze delle forze di opposizione ai governi locali hanno reso la partita difficile ed ancora da risolvere dopo più di tre anni. La sfida è ancora aperta e sembra ferma ad uno stallo. Viene da obiettare perché il principio della “sorpresa e della massiccia disponibilità di mezzi” tipici della moderna dottrina di attacco non ha funzionato?
In fondo si pagano sempre gli errori di valutazione della situazione locale, ed in particolare, dell’atteggiamento della popolazione nei confronti dei soldati stranieri, ritenuti occupanti, dell’alta opposizione ai cambiamenti da parte dei potentati politici, religiosi, tribali interessati, della possibilità del terrorismo, non ben identificato e quantificato, di rigenerarsi con forze nuove, ecc..
Se il principio della sorpresa e della massiccia disponibilità di mezzi non ha dato risultati cosa fare allora? E’ certamente improponibile una corsa agli armamenti per far sì che la grande potenza possa prevalere, per questioni ideologiche, culturali e di prestigio internazionale. L’alternativa appare l’incentivazione della cooperazione e dello sviluppo, economico e sociale, per creare “il brodo di coltura” su cui avviare il dialogo, la fiducia, ed innestare i principi di democrazia e libertà. I risultati ci saranno? Probabilmente si faranno attendere a lungo anche in questo caso, ma saranno evitate stragi di innocenti e spreco di risorse per cause irraggiungibili.

20 agosto 2006

Missione di interposizione Israele-Libano

Nell'organizzare una missione per la pace che vede coinvolte le Forze Armate sorgono i soliti interrogativi. Nel Paese interessato, inanzitutto, non tutte le forze politiche sono d'accordo nel sostenere tali operazioni. Gli antimilitaristi vedono erose le utopie pacifiste con le quali hanno potuto mettersi in mostra, nel contesto nazionale, sostenendo i valori universali da tutti riconosciuti, ma altrettanto irragiungibili dopo il fratricidio di Caino.
I partiti di Governo hanno tutto l'interesse di mettersi in luce nell'arena internazionale, quali fautori di compromessi tesi a calmierare le tensioni e le crisi e quindi salvaguardare il buon nome ed il prestigio della propria Nazione. I partiti di opposizione fanno la loro politica per tornare al Governo del Paese. E le Forze Armate? Non possono che esprimere la dedizione ed il rispetto delle istituzioni per cui hanno prestato il loro giuramento.
Tuttavia, rimangono tutti i dubbi di una partecipazione "forzata", considerando la mancanza di risorse finanziarie, l'usura dei mezzi disponibili, la confusione in cui si muovono inizialmente le missioni sotto l ' egida dell'ONU.
Tutto come da copione. Anche per la futura missione di interposizione in Libano, nonostante una risoluzione dell'ONU, i principali Paesi europei si tirano indietro (Germania, Francia, Olanda, ecc..), l'Italia si comporta come da grande potenza offrendo addiritura un quinto delle forze richieste (3000 u.), pur consapevole che leadership, obiettivi da perseguire e compiti da assegnare alla forza internazionale restano misconosciuti. Eppure tutti concordano, in questo caos, che la missione sarà rischiosa, costosa e lunga. C'è sempre la speranza che il buon senso alla fine prevalga!

12 luglio 2006

Frecce tricolori..

In questi giorni è riapparso il tricolore per manifestare un sentimento nazionale legato alla competizione calcistica mondiale vinta dagli azzurri. Al riguardo si osserva che "il tifo", manifestato da una buona parte degli italiani riguardava il fatto specifico, eclatante, ma perciò fine a sè stesso. Tanto è vero che a distanza di tre giorni si parla di nuovi ingaggi, di dimissioni dell'allenatore, ecc.. si ritorna cioè al solito "menage" del calcio con tutti i suoi interessi di bottega, in barba ai sentimenti dei "fans" della nazionale di calcio.
Colpisce in questa vicenda che per rendere onore a dei campioni di uno sport fra tanti, che certo non hanno lo stesso impatto mediatico del calcio, si siano mosse, oltre alle massime cariche dello Stato, finanche le frecce tricolori che in altre sedi politiche sono minacciate di essere dismesse perchè creano troppo rumore ed inquinamento. Credo che ciò non sia mai successo nel passato.
E' vero la maestria dei piloti può accostarsi a quella dei calciatori in un contesto puramente sportivo in cui si celebrano i colori della nazione di appartenenza. Ma la situazione appare oggi oltremodo paradossale se si pensa che le frecce tricolori, giustamente tenute in vita per dimostrare l'elevato addestramento dei nostri piloti, vengono considerate, da molti in Italia, uno strumento di contorno celebrativo per manifestazioni più o meno importanti. Di questo passo appare ovvio considerare, in un contesto in cui la scarsità di risorse impedisce alla Forza aerea di svolgere le sue missioni istituzionali (trasporto truppe nei teatri operativi), che detto strumento sia divenuto inutile. Pare più redditizio mostrare l'abilità dei piloti, unita ai nostri colori nazionali, all'estero, per ottenere il rispetto ed il consenso per quello che sappiamo fare, anzichè impegnare una risorsa preziosa a sostegno di una glorificazione nazionale effimera.